ascolto: Cab Calloway & The Blues Brothers Band - Minnie the Moocher
Maledizione, speriamo che non sia troppo tardi.
Le mie scarpe affondavano nel pantano mentre risalivo rapidamente il sentiero che portava a Carfax Abbey, il luogo che sapevo essere la residenza del
Conte Nebbia, nonché quartiere generale degli
S-Men. Certo che si scopre di tutto su Vanity Fair.
Pioveva a dirotto, e un vento gelido mi frustava il volto debolmente riparato dal bavero rialzato del cappotto. Non era normale quel clima, non in pieno agosto. Lo interpretai come uno dei numerosi presagi dell’imminente sciagura. I segni erano inequivocabili.
Tutto era cominciato quella mattina presto, quando mi alzai a mezzogiorno e trentacinque. Attraversando il corridoio per raggiungere il bagno guardai distrattamente in direzione della mia statua in marmo bianco di Carrara raffigurante la Madonna, compiacendomi ancora una volta di come fosse curata in ogni particolare, compreso il reggiseno a cono e le calze a rete di quando cantava “
Open your heart” nell’86. Uscito dal bagno mi recai in cucina, con l’intenzione – essendomi alzato insolitamente presto – di fare colazione. Solo allora mi accorsi di un particolare che gli occhi avevano registrato e inviato alla mente in ritardo, come quando ripensi a una barzelletta che avevi letto da bambino e non ti aveva fatto ridere e ti rendi conto che giocava sul sesso.
Madonna piangeva sangue.
Tornai sui miei passi con il tetrapak del latte ancora in mano e analizzai la statua da vicino. Le lacrime avevano tracciato due sentieri scuri sulle candide gote marmoree. Sentivo che tutte le mie certezze stavano per sgretolarsi, quando mi accorsi che non era sangue, ma Kajal.
Per lo stupore lasciai cadere il tetrapak, che al contatto col pavimento esplose, spargendo mezzo litro di latte cagliato per il corridoio. Lo guardai inorridito: il latte aveva formato una parola di tre lettere. Una parola
emo
che avrei voluto non vedere mai più.
Un miagolio distolse la mia attenzione da quell’abominio. Mi recai in salotto, dove il mio gatto nero Cagliostro fissava
chiaramente sconvolto la televisione accesa, tenendosi i testicoli con le zampe anteriori. Dall’apparecchio uscivano grida e lamenti sovrumani.
Mi avvicinai con cautela temendo
emo
quello che avrei potuto vedere.
E vidi
qualcosa che non potrò mai dimenticare.
Ripensavo a quanto era successo, mentre superavo una
coppia di idioti che procedevano lentamente in direzione del medesimo lugubre edificio, cantando una melodia familiare.
There’s a light, over at the Frankenstein place
There’s a light, burning in the fireplace…
Giunto al portone, afferrai l’orrendo batacchio raffigurante un gargoyle ghignante, e battei tre volte. Il portone si aprì, ma nessuno apparve sull’uscio. Invece, una voce profonda mi invitò ad entrare.
Nell’atrio, in cima ad un ampio scalone di pietra, stava quello che doveva essere il padrone di casa. Era alto, avvolto in un lungo mantello nero, e la sua pelle era di un pallore innaturale. Quasi come la mia.
Egli alzò un braccio, mostrando la mano calzante un guanto da cucina giallo, e con un solo gesto chiuse il portone, distante una ventina di metri dal punto in cui si trovava.
“Mi deve scusare”, disse scendendo le scale. “Stavo ancora pulendo di rimasugli della povera… Ehm, ma veniamo a noi. Con chi ho il piacere di parlare?”.
Mi accorsi che il suo volto era coperto da uno spesso strato di cerone.
“Il mio nome è Leopoldo Maria Daimonos degli Oneiroi, figlio del Caos. Sono l'Inumano Marchese delle Ombre, Gran Stregone delle Tenebre e Venerabile Principe del Chiaroscuro. Mi nutro del delirio e della follia degli uomini, perciò cerco le mie prede su
Habbo e
Girlpower, sapendo che l'umanità non se la prenderà troppo a male per tali perdite”.
Un lungo silenzio seguì la mia presentazione.
“Con ‘figlio del Caos’”, si informò il Conte, “intendi la famosa figura mitologica greca o piuttosto un concetto filosofico astratto?”
“Intendo un’orgia infernale. Ogni mattina mi sveglio e ringrazio il cielo che non ho la coda”.
Un altro silenzio seguì questa rivelazione, molto più imbarazzato del precedente.
“Bene, cosa ti porta in un posto come questo in una notte come questa, o inumato figlio di N.N.?”
“Una tragedia, Conte. Peggio dei cappelli della Regina Elisabetta”.
Lo vidi trasalire ad un’affermazione tanto audace. Presi fiato e continuai.
“Gli emo kid" dissi. "Sono arrivati da noi”.
Da qualche parte un lupo ululava alla luna. Un lampo squarciò il cielo, illuminando per un attimo il tetro androne.
Il Conte mi sembrò ancora più bianco di prima.
Nota al lettore dubbioso:
Questo post è il modesto contributo del sottoscritto ad un raffinato esperimento di metaletteratura informatica dell'assurdo a più mani ideato dal genio del
Conte Nebbia. Più informazioni
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